lunedì 17 novembre 2008
Orario di lavoro. Una prima vittoria
La Commissione occupazione e affari sociali della Ue ha bocciato la direttiva che voleva alzare l'orario di lavoro a 65 ore. In nessun paese dell'Unione si potrà lavorare più di 48 ore a settimana. Una decisione che sostiene le richieste avanzate dalla Confederazione Europea dei sindacati che ha pubblicato immediatamente sul proprio sito le reazioni alla decisione. Una prima vittoria per il sindacato di John Monks che ha commentato: “Non possiamo che dare il benvenuto a questo voto che rappresenta una conquista importante su questo tema. A questo punto non ci resta che chiedere al Parlamento europeo di adottare una posizione ferma nel voto plenario che si terrà il prossimo 17 dicembre”. Il giorno prima la manifestazione della CES a Strasburgo.
domenica 16 novembre 2008
Storie di casa nostra
In questo momento in cui si stanno definendo le regole costitutive del nostro partito ( regolamento regionale, ruolo degli organismi di rappresentanza,, ecc) ritengo fondamentale proporre una riunione urgente del direttivo in cui si parli dello stato del partito anconetano, di chi fa cosa, del regolamento del partito regionale, del ruolo dei circoli, del ruolo dei direttivi e di tutti gli organi liberamente eletti dalle primarie che sarebbero dovuti essere il marchio identificativo della novità del nostro partito ed invece, rischiano di diventare la coperta ipocrita di un dibattito politico che viene fatto all'esterno di questi organismi,figli delle primarie, e limitarsi esclusivamente all'interno degli staff e dei pensatoi da cui non sembra uscire nulla di concreto. Credo che i Circoli abbiano il diritto di discutere e di dire la loro sui temi della politica cittadina, regionale e nazionale e non possono diventare la manovalanza delle scelte degli altri.
Gianfranco Leonelli
Gianfranco Leonelli
venerdì 14 novembre 2008
Camera, quattro mozioni per il potere d'acquisto
Nell'illustrare la mozione 1-0034, l'on. Damiano ha in primo luogo sottolineato che su un tema cruciale come quello del potere d'acquisto delle famiglie italiane, riguardante le retribuzioni e, in particolare, le pensioni, si registra la sostanziale latitanza del Governo, malgrado le promesse elettorali. In un preoccupante contesto di recessione, infatti, oltre 14 milioni di lavoratori italiani guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese: secondo l'ultima indagine dell'Istat sulla condizione economica delle famiglie, il 14,6 % arriva con grande difficoltà a fine mese, il 28 % non riesce a far fronte a una spesa imprevista, il 9 % è in arretrato nel pagamento delle bollette, il 10 % non riscalda adeguatamente la casa, il 4 % non ha soldi per le spese alimentari, il 10 % non ha risorse per le spese mediche, il 16 % non ha risorse per le spese per l'abbigliamento.
giovedì 13 novembre 2008
Istat, italiani poveri e insoddisfatti
La crisi c’era già. Ben prima che la bolla dei mercati finanziari esplodesse, e molto in anticipo rispetto al crollo delle borse e al crac dell'industria internazionale. Le famiglie italiane avvertivano un sostanziale difficoltà economica da un bel pezzo, senza che i giornali titolassero a nove colonne sui rischi che corre la finanza globale. Il tutto emerge dall'Annuario Istat 2008, che fotografa il Paese nelle sue mille sfaccettature, dal costume alla giustizia, dal lavoro all'ambiente. Ebbene nel 2007 ben il 53,7% (con una punta del 64,2% nel Mezzogiorno) si dichiarava insoddisfatto della propria situazione economica.
lunedì 10 novembre 2008
Lavoratrici italiane: le più discriminate in Europa
La Commissione lavoro, previdenza sociale del Senato segnala l’alto numero di procedure di infrazione promosse dalla Ue nei confronti dell’Italia, in materia di attuazione delle pari opportunità e della parità di trattamento in materia di occupazione
Attività della Commissione lavoro, previdenza sociale del Senato
E’ ripresa nella seduta di mercoledì 5 novembre la trattazione congiunta, in sede consultiva, (parere alla 14° Commissione permanente, per le politiche dell’Unione europea), del disegno di legge n. 1078 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2008) e del Doc. LXXXVII, n. 1 (Relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea relativa all'anno 2007).
Intervenendo nella discussione, la sen. Blazina (PD) ha segnalato il numero particolarmente rilevante delle procedure di infrazione promosse nei confronti dello Stato italiano, quale risulta dalla lettura della Relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea e si è soffermata poi sull’articolo 8 del disegno di legge comunitaria 2008, che contiene una delega al Governo per il recepimento della direttiva 2006/54/CE, in materia di attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e di impiego. Il sollecito recepimento di questa direttiva, secondo la sen. Blazina, si rivela tanto più necessario se si considera che l’Italia si trova agli ultimi posti con riferimento alle misure poste in essere nei paesi dell’Unione in ordine alle garanzie e alle tutele in tema di parità tra i sessi. Secondo la sen. Blazina, peraltro, mentre il Parlamento italiano si accinge ad approvare il disegno di legge n. 1078, il Governo sembra muoversi in direzione opposta, come dimostrano la diminuzione dei servizi a supporto delle donne lavoratrici, derivante dall’abolizione dell’ICI, le misure contenute nel decreto-legge n. 137 del 2008, che limita le prestazioni fornite dalle scuole d’infanzia, ed il disegno di legge n. 1167, che contiene disposizioni che penalizzano i lavoratori che assistano familiari con gravi disabilità.
Dopo che il presidente Giuliano è intervenuto per richiamare l’attenzione della Commissione sui profili inerenti alla sicurezza del lavoro contenuti nel disegno di legge comunitaria, la sen. Carlino (IdV) ha fatto riferimento al numero particolarmente elevato (181, delle quali 30 per mancata attuazione di direttive e ben 12 in materia di lavoro) di procedure di infrazione a carico dell’Italia, e, riferendosi all’articolo 8 del disegno di legge n. 1078, ha sottolineato che il termine ultimo del 15 agosto 2009 menzionato nella direttiva 2006/54/CE concerne l’entrata in vigore dell’atto di recepimento, mentre nel disegno di legge comunitaria la medesima data è posta con riferimento all’emanazione del decreto legislativo, differendo così nel tempo la concreta attuazione della direttiva.
L’esame proseguirà la prossima settimana.
Nella stessa seduta di mercoledì 5 novembre è proseguito l’esame congiunto dei disegni di legge n. 392, Misure per il riconoscimento di diritti alle persone sordocieche, d’iniziativa del sen. Bassoli e di altri senatori, n. 550, Norme per il riconoscimento della sordocecità quale disabilità unica, d’iniziativa del sen. Costa e n. 918, Riconoscimento dei diritti delle persone sordo – cieche d’iniziativa del sen. Nessa e di altri senatori.
Al momento la Commissione è in attesa del parere della Commissione bilancio sullo schema di testo unificato predisposto dalla relatrice, sen. Biondelli (PD), e sugli emendamenti ad esso riferiti.
Nelle more dell’espressione di tale parere, la relatrice ha riferito sugli incontri di carattere informale tenuti con le Associazioni interessate, che hanno espresso apprezzamento e condivisione nei confronti del testo unificato, offrendo un ulteriore motivazione all’auspicio di una sollecita conclusione dell’iter parlamentare.
La Commissione ha quindi accolto all’unanimità la proposta formulata dal presidente Giuliano, di richiedere al Governo la trasmissione di una relazione tecnica, di quantificazione degli oneri finanziari derivanti dall’applicazione delle norme in esame, come previsto dall’art. 76-bis, comma 3, del Regolamento del Senato.
L’esame proseguirà la prossima settimana.
Nella stessa seduta, è proseguito l’esame del disegno di legge n. 406, d’iniziativa della sen. Mongiello, recante modifiche alla legge 29 marzo 1985, n. 113, concernente l'albo professionale nazionale dei centralinisti telefonici e degli operatori della comunicazione minorati della vista, con gli interventi dei senatori Roilo(PD) e Carlino (IdV), entrambi favorevoli al provvedimento.
Attività della Commissione lavoro, previdenza sociale del Senato
E’ ripresa nella seduta di mercoledì 5 novembre la trattazione congiunta, in sede consultiva, (parere alla 14° Commissione permanente, per le politiche dell’Unione europea), del disegno di legge n. 1078 (Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2008) e del Doc. LXXXVII, n. 1 (Relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea relativa all'anno 2007).
Intervenendo nella discussione, la sen. Blazina (PD) ha segnalato il numero particolarmente rilevante delle procedure di infrazione promosse nei confronti dello Stato italiano, quale risulta dalla lettura della Relazione sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea e si è soffermata poi sull’articolo 8 del disegno di legge comunitaria 2008, che contiene una delega al Governo per il recepimento della direttiva 2006/54/CE, in materia di attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento tra uomini e donne in materia di occupazione e di impiego. Il sollecito recepimento di questa direttiva, secondo la sen. Blazina, si rivela tanto più necessario se si considera che l’Italia si trova agli ultimi posti con riferimento alle misure poste in essere nei paesi dell’Unione in ordine alle garanzie e alle tutele in tema di parità tra i sessi. Secondo la sen. Blazina, peraltro, mentre il Parlamento italiano si accinge ad approvare il disegno di legge n. 1078, il Governo sembra muoversi in direzione opposta, come dimostrano la diminuzione dei servizi a supporto delle donne lavoratrici, derivante dall’abolizione dell’ICI, le misure contenute nel decreto-legge n. 137 del 2008, che limita le prestazioni fornite dalle scuole d’infanzia, ed il disegno di legge n. 1167, che contiene disposizioni che penalizzano i lavoratori che assistano familiari con gravi disabilità.
Dopo che il presidente Giuliano è intervenuto per richiamare l’attenzione della Commissione sui profili inerenti alla sicurezza del lavoro contenuti nel disegno di legge comunitaria, la sen. Carlino (IdV) ha fatto riferimento al numero particolarmente elevato (181, delle quali 30 per mancata attuazione di direttive e ben 12 in materia di lavoro) di procedure di infrazione a carico dell’Italia, e, riferendosi all’articolo 8 del disegno di legge n. 1078, ha sottolineato che il termine ultimo del 15 agosto 2009 menzionato nella direttiva 2006/54/CE concerne l’entrata in vigore dell’atto di recepimento, mentre nel disegno di legge comunitaria la medesima data è posta con riferimento all’emanazione del decreto legislativo, differendo così nel tempo la concreta attuazione della direttiva.
L’esame proseguirà la prossima settimana.
Nella stessa seduta di mercoledì 5 novembre è proseguito l’esame congiunto dei disegni di legge n. 392, Misure per il riconoscimento di diritti alle persone sordocieche, d’iniziativa del sen. Bassoli e di altri senatori, n. 550, Norme per il riconoscimento della sordocecità quale disabilità unica, d’iniziativa del sen. Costa e n. 918, Riconoscimento dei diritti delle persone sordo – cieche d’iniziativa del sen. Nessa e di altri senatori.
Al momento la Commissione è in attesa del parere della Commissione bilancio sullo schema di testo unificato predisposto dalla relatrice, sen. Biondelli (PD), e sugli emendamenti ad esso riferiti.
Nelle more dell’espressione di tale parere, la relatrice ha riferito sugli incontri di carattere informale tenuti con le Associazioni interessate, che hanno espresso apprezzamento e condivisione nei confronti del testo unificato, offrendo un ulteriore motivazione all’auspicio di una sollecita conclusione dell’iter parlamentare.
La Commissione ha quindi accolto all’unanimità la proposta formulata dal presidente Giuliano, di richiedere al Governo la trasmissione di una relazione tecnica, di quantificazione degli oneri finanziari derivanti dall’applicazione delle norme in esame, come previsto dall’art. 76-bis, comma 3, del Regolamento del Senato.
L’esame proseguirà la prossima settimana.
Nella stessa seduta, è proseguito l’esame del disegno di legge n. 406, d’iniziativa della sen. Mongiello, recante modifiche alla legge 29 marzo 1985, n. 113, concernente l'albo professionale nazionale dei centralinisti telefonici e degli operatori della comunicazione minorati della vista, con gli interventi dei senatori Roilo(PD) e Carlino (IdV), entrambi favorevoli al provvedimento.
mercoledì 5 novembre 2008
Barack Obama, presidente
Dal crac di Wall Street al terrore dei risparmiatori, dalla crisi dell’economia reale e del sistema sanitario ai nodi scorsoi della politica internazionale: Obama è atteso da compiti durissimi. Ma una cosa è certa: governerà meglio di Bush
di Davide Orecchio
Barack Obama ha già cambiato l’America prima ancora di aver iniziato a governarla. È già nella storia prima ancora di averla scritta. La sua piattaforma programmatica è meno minuziosa di quella di Hillary Clinton (da lui sconfitta alle primarie democratiche), il suo curriculum politico è un cantiere con travi nude e calcestruzzo ancora fresco (mentre quello di McCain contiene più reperti del British Museum). Ma tutto ciò non ha importanza per gli americani che, evidentemente, piuttosto che un curriculum hanno scelto un colore, una voce, l’unico carisma in campo.
Consegnando al senatore afroamericano la guida del Paese, la democrazia e l’economia sino ad oggi più potente del nostro pianeta chiude i conti col passato e lo trasforma in futuro. Entra alla Casa Bianca l’erede spirituale e politico di Martin Luther King, dei segregati coloured del Novecento, degli schiavi nei campi di cotone dell’Ottocento, dei milioni di uomini liberi strappati alle loro terre d’Africa dal Seicento in avanti. E così si chiude un cerchio. La potenza economica degli Stati Uniti (e prima di loro di altre potenze del sistema mondo occidentale, come Gran Bretagna e Olanda) non sarebbe mai diventata quello che è oggi senza l’apporto dei neri afroamericani. E lo stesso debito vale per il sistema democratico che tutto il mondo invidia agli States, visto che non esiste democrazia evoluta senza un’economia evoluta. Adesso che Obama è diventato il 44mo presidente degli Stati Uniti, il debito è pagato, e per questo la storia è scritta prima ancora d’essere fatta.
In questo senso, Obama è un predestinato. L’orgoglio razziale, anzi il senso d’appartenenza a un popolo, si diluiscono però nel Dna meticcio di un figlio del mondo. La negritudine sbiadisce nel cosmopolitismo, ed è forse questa identità molteplice del candidato la chiave della sua vittoria. Anche questo, insieme all’esaustione politica e sociale dopo otto anni di Bush, spiega il dato eclatante delle affluenze al voto (oltre 131 milioni di persone, oltre il 64% degli aventi diritto, di cui secondo la Fox 61 milioni hanno scelto il senatore dell’Illinois). Un sondaggio della Cnn dice che il 66% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha optato per Obama: chiaro segnale che l’America – come sempre – ha voglia di futuro. E che futuro poteva prometterle John McCain?
Gli Usa, però, si aspettano molto dal loro prossimo presidente. Qualche giorno fa, nel suo endorsement per Obama, il settimanale britannico The Economist elencava tutti i compiti durissimi che l’attendono: “Rimettere in piedi l’economia dell’America e la sua reputazione internazionale. La crisi finanziaria è lontana dall’essere conclusa. Gli Stati Uniti sono al principio di una recessione dolorosa. (...) Cinquanta milioni di americani hanno una copertura sanitaria ridicola. All’estero, sebbene i soldati stiamo morendo in due paesi, il modo torpido in cui George W. Bush ha condotto la sua guerra al terrore ha fatto dell’America un paese assai meno temuto dai suoi nemici e assai meno ammirato dai suoi alleati di quanto non fosse un tempo”.
Dal crac di Wall Street al terrore dei risparmiatori, dalla crisi dell’economia reale che brucia posti di lavoro e salari all’insolvenza manifesta del welfare e del sistema sanitario americano, per chiudere coi nodi scorsoi della politica internazionale: c’è proprio da fare gli auguri a Mr. Obama per i mesi e gli anni che lo attendono. Nessuno sa se si dimostrerà all’altezza, ma una cosa è certa: governerà meglio di Bush, e questo è già molto.
Il mondo intero in queste ore acclama il nuovo presidente nordamericano, e molti di noi lo festeggiano come se fosse il nostro nuovo leader. Ma Obama, sicuramente al principio e probabilmente per tutto il prosieguo del suo mandato, penserà soprattutto al proprio Paese e al suo popolo. Proprio per i motivi che abbiamo elencato sopra, sarà un presidente degli americani molto più di quanto non lo sia stato Bush. Forte di un Congresso saldamente democratico, riformerà le politiche sociali ed economiche. Come ha spiegato Francis Fukuyama in un’intervista al Corriere della Sera, il nuovo presidente “ridefinirà la politica americana, inaugurando una nuova era. Nei primi 100 giorni potrebbe varare un programma simile al New Deal di Roosevelt. Siamo alla vigilia di una svolta storica ed epocale che porterà ad un grande riallineamento della politica americana nelle prossime generazioni”. E gli Stati Uniti si incammineranno “verso un'economia più ‘socialista’ in senso europeo, dove l'intervento dello stato sarà preponderante rispetto al passato”.
Sul piano della politica internazionale, invece, leader di un nazione in declino egemonico, il cui debito pubblico è posseduto in gran parte dalla Cina, Obama è di nuovo l’uomo giusto al posto giusto. All’America adesso servono dialogo e diplomazia. La diplomazia è l’arma con cui si vince in un mondo multipolare. Esercito e bombe sono gli strumenti d’affermazione di un impero: ma gli Stati Uniti non sono più un impero. Lo dimostra il fatto che l’esercito e le bombe di Bush non hanno fatto vincere la politica estera di Bush. Leader di un paese a corto di pallottole, Obama potrà attingere alle idee e alle speranze che ha saputo coltivare così bene finora.
E si riveleranno forse profetiche, nei prossimi anni, le parole spese da Nelson Mandela nelle sue felicitazioni odierne: 'Applaudiamo il tuo impegno per la pace e la sicurezza nel mondo, e siamo certi che uno degli obiettivi principali della tua presidenza sarà di combattere la povertà e le malattie in tutto il mondo' 'La tua vittoria – ha scritto l’ex capo di stato sudafricano al nuovo presidente degli States - dimostra che nessuno deve abbandonare il sogno di tentare di fare di questo mondo un mondo migliore”.
di Davide Orecchio
Barack Obama ha già cambiato l’America prima ancora di aver iniziato a governarla. È già nella storia prima ancora di averla scritta. La sua piattaforma programmatica è meno minuziosa di quella di Hillary Clinton (da lui sconfitta alle primarie democratiche), il suo curriculum politico è un cantiere con travi nude e calcestruzzo ancora fresco (mentre quello di McCain contiene più reperti del British Museum). Ma tutto ciò non ha importanza per gli americani che, evidentemente, piuttosto che un curriculum hanno scelto un colore, una voce, l’unico carisma in campo.
Consegnando al senatore afroamericano la guida del Paese, la democrazia e l’economia sino ad oggi più potente del nostro pianeta chiude i conti col passato e lo trasforma in futuro. Entra alla Casa Bianca l’erede spirituale e politico di Martin Luther King, dei segregati coloured del Novecento, degli schiavi nei campi di cotone dell’Ottocento, dei milioni di uomini liberi strappati alle loro terre d’Africa dal Seicento in avanti. E così si chiude un cerchio. La potenza economica degli Stati Uniti (e prima di loro di altre potenze del sistema mondo occidentale, come Gran Bretagna e Olanda) non sarebbe mai diventata quello che è oggi senza l’apporto dei neri afroamericani. E lo stesso debito vale per il sistema democratico che tutto il mondo invidia agli States, visto che non esiste democrazia evoluta senza un’economia evoluta. Adesso che Obama è diventato il 44mo presidente degli Stati Uniti, il debito è pagato, e per questo la storia è scritta prima ancora d’essere fatta.
In questo senso, Obama è un predestinato. L’orgoglio razziale, anzi il senso d’appartenenza a un popolo, si diluiscono però nel Dna meticcio di un figlio del mondo. La negritudine sbiadisce nel cosmopolitismo, ed è forse questa identità molteplice del candidato la chiave della sua vittoria. Anche questo, insieme all’esaustione politica e sociale dopo otto anni di Bush, spiega il dato eclatante delle affluenze al voto (oltre 131 milioni di persone, oltre il 64% degli aventi diritto, di cui secondo la Fox 61 milioni hanno scelto il senatore dell’Illinois). Un sondaggio della Cnn dice che il 66% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ha optato per Obama: chiaro segnale che l’America – come sempre – ha voglia di futuro. E che futuro poteva prometterle John McCain?
Gli Usa, però, si aspettano molto dal loro prossimo presidente. Qualche giorno fa, nel suo endorsement per Obama, il settimanale britannico The Economist elencava tutti i compiti durissimi che l’attendono: “Rimettere in piedi l’economia dell’America e la sua reputazione internazionale. La crisi finanziaria è lontana dall’essere conclusa. Gli Stati Uniti sono al principio di una recessione dolorosa. (...) Cinquanta milioni di americani hanno una copertura sanitaria ridicola. All’estero, sebbene i soldati stiamo morendo in due paesi, il modo torpido in cui George W. Bush ha condotto la sua guerra al terrore ha fatto dell’America un paese assai meno temuto dai suoi nemici e assai meno ammirato dai suoi alleati di quanto non fosse un tempo”.
Dal crac di Wall Street al terrore dei risparmiatori, dalla crisi dell’economia reale che brucia posti di lavoro e salari all’insolvenza manifesta del welfare e del sistema sanitario americano, per chiudere coi nodi scorsoi della politica internazionale: c’è proprio da fare gli auguri a Mr. Obama per i mesi e gli anni che lo attendono. Nessuno sa se si dimostrerà all’altezza, ma una cosa è certa: governerà meglio di Bush, e questo è già molto.
Il mondo intero in queste ore acclama il nuovo presidente nordamericano, e molti di noi lo festeggiano come se fosse il nostro nuovo leader. Ma Obama, sicuramente al principio e probabilmente per tutto il prosieguo del suo mandato, penserà soprattutto al proprio Paese e al suo popolo. Proprio per i motivi che abbiamo elencato sopra, sarà un presidente degli americani molto più di quanto non lo sia stato Bush. Forte di un Congresso saldamente democratico, riformerà le politiche sociali ed economiche. Come ha spiegato Francis Fukuyama in un’intervista al Corriere della Sera, il nuovo presidente “ridefinirà la politica americana, inaugurando una nuova era. Nei primi 100 giorni potrebbe varare un programma simile al New Deal di Roosevelt. Siamo alla vigilia di una svolta storica ed epocale che porterà ad un grande riallineamento della politica americana nelle prossime generazioni”. E gli Stati Uniti si incammineranno “verso un'economia più ‘socialista’ in senso europeo, dove l'intervento dello stato sarà preponderante rispetto al passato”.
Sul piano della politica internazionale, invece, leader di un nazione in declino egemonico, il cui debito pubblico è posseduto in gran parte dalla Cina, Obama è di nuovo l’uomo giusto al posto giusto. All’America adesso servono dialogo e diplomazia. La diplomazia è l’arma con cui si vince in un mondo multipolare. Esercito e bombe sono gli strumenti d’affermazione di un impero: ma gli Stati Uniti non sono più un impero. Lo dimostra il fatto che l’esercito e le bombe di Bush non hanno fatto vincere la politica estera di Bush. Leader di un paese a corto di pallottole, Obama potrà attingere alle idee e alle speranze che ha saputo coltivare così bene finora.
E si riveleranno forse profetiche, nei prossimi anni, le parole spese da Nelson Mandela nelle sue felicitazioni odierne: 'Applaudiamo il tuo impegno per la pace e la sicurezza nel mondo, e siamo certi che uno degli obiettivi principali della tua presidenza sarà di combattere la povertà e le malattie in tutto il mondo' 'La tua vittoria – ha scritto l’ex capo di stato sudafricano al nuovo presidente degli States - dimostra che nessuno deve abbandonare il sogno di tentare di fare di questo mondo un mondo migliore”.
lunedì 3 novembre 2008
'Italia è in recessione
La Commissione europea rivede al ribasso le stime per il nostro paese. Crescita zero nel 2009. Leggera ripresa nel 2010, e deficit in crescita
“L'Italia è entrata in una recessione tecnica che le farà chiudere l'anno con una crescita zero”. A dirlo sono le nuove stime della Commissione europea, che nelle sue 'Previsioni d'autunno' diffuse oggi prevede per il nostro paese “un'ulteriore perdita di competitività”. La stagnazione durerà anche nel 2009, mentre una leggera ripresa è prevista nel 2010 con un pil allo 0,6 per cento.
Il deficit italiano nel 2008 tornera' a salire al 2,5% del pil, dopo l'1,6% del 2007. Il trend negativo proseguira' anche nel 2009, anno per il quale la Commissione prevede il 2,6%. Il disavanzo dovrebbe calare solo nel 2010, arrivando in quella data al 2,1%.
Calano le stime anche sul Pil di Eurolandia, che nel 2009 si attesterà allo 0,1%, "vicino alla stagnazione", contro la precedente previsione dell'1,5%.
03/11/2008 11:35
“L'Italia è entrata in una recessione tecnica che le farà chiudere l'anno con una crescita zero”. A dirlo sono le nuove stime della Commissione europea, che nelle sue 'Previsioni d'autunno' diffuse oggi prevede per il nostro paese “un'ulteriore perdita di competitività”. La stagnazione durerà anche nel 2009, mentre una leggera ripresa è prevista nel 2010 con un pil allo 0,6 per cento.
Il deficit italiano nel 2008 tornera' a salire al 2,5% del pil, dopo l'1,6% del 2007. Il trend negativo proseguira' anche nel 2009, anno per il quale la Commissione prevede il 2,6%. Il disavanzo dovrebbe calare solo nel 2010, arrivando in quella data al 2,1%.
Calano le stime anche sul Pil di Eurolandia, che nel 2009 si attesterà allo 0,1%, "vicino alla stagnazione", contro la precedente previsione dell'1,5%.
03/11/2008 11:35
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